Tempo fa stavo parlando con dei colleghi al termine di una conferenza stampa del Genoa e Valerio Arrichiello del Secolo XIX raccontava di quanto il loro “campetto” (ossia la probabile formazione) sia oggetto di furto costante da parte di blogger, creator, siti che scopiazzano un po’ da tutte le testate giornalistiche.
Il Secolo XIX azzecca quasi sempre la probabile formazione perché i giornalisti fanno bene il loro lavoro. Hanno fonti e metodi che consentono affidabilità.
Vuoi sapere in anticipo la formazione di Genoa e Sampdoria? Se leggi il Secolo vai quasi sempre sul sicuro. Però oggi qualcuno ara questa informazione ottenuta grazie al bagaglio professionale di altri e magari la monetizza anche. Più di una volta ho visto copiato pari pari un mio articolo su una pagina Facebook di tifosi, mi citano, sì, ma tutto viene fatto ignorando cosa sia quella frase “tutti i diritti riservati” a chi ha la proprietà del contenuto.
Ho fatto questo esempio molto terra-terra (c’è chi pensa che il giornalismo sportivo non sia giornalismo, sbagliando alla grande) per spiegare in sostanza cosa è il giornalismo e perché non andrà mai in crisi: le persone cercano informazioni, notizie. Il fatto che ci si lamenti che non distinguano il mezzo e dove le stanno trovando è il classico esempio di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Un aspetto di educazione della società civile che per troppo tempo è stato sottovalutato. Non è un caso che l’Ordine dei Giornalisti abbia iniziato un programma di incontri con le scuole con regolarità proprio per spiegare i meccanismi di questa professione.
I buoi possono tornare nella stalla?
L’abbaglio che in tanti stanno prendendo è confondere il giornalismo con l’editoria. Quella sì che è in crisi, da anni. Lo sto vivendo proprio in questi giorni e quando sarà il momento vi dirò tutto.
È chiaro, però, che la crisi dell’editoria si rifletta parecchio sui giornalisti che, lo sto sperimentando sulla mia pelle, è una delle categorie con maggior perdita di potere d’acquisto negli ultimi anni e soprattutto in cui la forbice tra contrattualizzati e non si stia allargando sempre di più a livello di differenza di compensi, nonostante il contratto collettivo nazionale di lavoro dei giornalisti non sia rinnovato da oltre dieci anni. (Di come i freelance nel giornalismo siano poveri ho parlato, dati alla mano nella mia newsletter Postille n.1).
L’editoria un po’ se l’è cercata: ricorderò sempre quando nel 2002, con una delle prime tesi sul G8 di Genova che mi consentì di raggiungere l’agognato 110 e lode in Scienze Politiche, avevo raccontato l’evoluzione dell’informazione nell’epoca della globalizzazione ed evidenziato come l’informazione per così dire tradizionale era stata sorpassata da quella emergente “online”. Fiduciosa, avevo partecipato a un concorso e non l’avevo vinto per la seguente motivazione fornita dalla giuria: “La candidata ha espresso un eccesso di entusiasmo nei confronti delle potenzialità dell’informazione online”. I dinosauri non avevano capito che stava arrivando il meteorite.
La storia mi ha dato ragione: il cartaceo ormai si sfoglia solo se si ha più di 50 anni (e mi sono tenuta larga) o se sei al bar. Il problema è che gli editori non hanno fatto nulla per monetizzare il cambio di paradigma che oggi, occorre dirlo, è già superato perché si sta andando verso una forma ancora diversa: la personalizzazione del contenuto.
Come si è arrivati a tutto ciò? Il riassunto degli ultimi vent’anni
- Per quanto tempo i siti web dei grandi quotidiani sono stati gratuiti?
Un imprenditore non si sognerebbe mai di offrire il proprio prodotto gratuitamente, perché un editore di giornali sì? Questa politica ha senso solo se gli introiti pubblicitari possono sostenere il business o l’editore ha altre entrate che consentono di mantenere la testata e pagare bene i giornalisti.
Hai educato per anni le persone a fruire del frutto del lavoro di qualcuno gratuitamente e allora i soldi li dovevi prendere in un certo modo: in epoca di diffusione gratuita l’inserzionista usa la metrica delle visualizzazioni come aspetto fondamentale per decidere se fare una campagna pubblicitaria su una determinata testata. Questo ha alimentato per anni la corsa alle visualizzazioni anche di basso rango. Non è un mistero che a tirare di più sono le S, lo si dice da sempre: sangue, sesso, salute, sport e soldi.
- Per quanto tempo il clickbaiting è stato un modello?
Per fortuna oggi è un’abitudine che sta scemando, ma l’inganno a cui noi lettori siamo stati sottoposti per anni ha fatto precipitare la fiducia nei media.
- Per quanto tempo la condivisione soprattutto di certi argomenti più frivoli sui social ha contribuito sì a tante visualizzazioni, ma anche al crollo dell’opinione che i lettori hanno nei confronti dell’editoria e del giornalismo in generale?
Se anche la testata più autorevole sui social compare per gossip o notizie di poco conto, l’utente penserà che si occupa solo di quello: sbagliato, ma l’algoritmo e i social hanno distrutto un altro caposaldo del giornalismo e della struttura di una testata: la gerarchia delle notizie. Ci sarà un motivo se in prima pagina o in alto nell’home page ci finiscono solo determinate news…
Il giornalismo italiano poi ha un altro problema: ha preso una piega di spettacolarizzazione della notizia, ma anche un modo di raccontare la politica come un megafono, che allontana ulteriormente il lettore.
- Quanti siti di informazione sono nati dal nulla macinando e riciclando notizie solo per monetizzare? Alcuni senza essere registrati in tribunale e quindi non soggetti a una serie di regole che almeno sulla carta tutelano sia chi ci lavora sia chi legge?
Ma veniamo anche alle nostre responsabilità:
- Quanti, in cambio della cosiddetta visibilità, hanno accettato di lavorare gratis o mal pagati alimentando così una enorme concorrenza sleale?
Basta guardare gli annunci su Linkedin: si punta sulla passione più che sulla professionalità. Chi andrebbe a fare il panettiere gratis? Questo è il problema dei mestieri creativi (di cui un altro esempio lampante è che ci sono persone che pagano per pubblicare con una casa editrice…).
Ancora oggi non sono state approvate le sacrosante tabelle sul compenso minimo, il cosiddetto equo compenso, per i giornalisti che non sono dipendenti. Di recente c’è stata anche una manifestazione sulla questione. Le tabelle ci sono, eh, ma il ministero dorme.
Siamo già oltre tutto questo: tra intelligenza artificiale e creator
In tanti sono corsi ai ripari negli ultimi anni proponendo abbonamenti alle edizioni online a prezzi stracciati almeno per il primo anno.
L’abbonamento molto spesso include anche una newsletter (toh!) inviata una o due volte al giorno (Corriere e Repubblica lo fanno regolarmente). I canali WhatsApp per le notizie più importanti, tutto per fidelizzare il lettore visto che oggi gli algoritmi social cambiano le carte in tavola in continuazione.
Quanto detto, però, è già superato da un altro grande problema per gli editori: l’intelligenza artificiale, che in silenzio è stata addestrata anche sui siti di informazione, ora saccheggia direttamente dalle testate giornalistiche e risponde all’esigenza dell’utente senza che esso trovi utile cliccare sul sito. Il crollo del traffico, da quando esiste Ai Overviews, è evidente a chiunque monitori le visualizzazioni dei siti di informazione. È il monopolio di Google, bellezza!
Per questo una richiesta di valutazione dei servizi offerti da Google con AI Overviews e AI Mode per la possibile violazione del Digital Service Act è stata inviata dall’Agcom alla Commissione europea. Lo riporta Prima Comunicazione, una testata che vi consiglio di leggere con attenzione per capire l’evoluzione dell’editoria.
La riduzione di visibilità e reperibilità di contenuti, aveva puntualizzato Fieg (Federazione italiana editori giornali), da un lato, metterebbe a repentaglio la sostenibilità economica degli editori e degli autori, in particolare di quelli più piccoli e indipendenti e, dall’altro, inciderebbe sulla libertà di espressione e di informazione e sul pluralismo delle fonti. Inoltre, era stato segnalato il rischio che le risposte prodotte dall’Ia contengano errori, imprecisioni o persino informazioni inventate, senza offrire all’utente la possibilità di verificarne facilmente le fonti.
Pensate che stanno fiorendo anche siti web che rielaborano articoli altrui con l’intelligenza artificiale che non hanno redattori, ma solo una persona che ha impostato i prompt…
Cosa non può sostituire l’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale è entrata anche nelle redazioni: i programmi di “sbobinamento” delle registrazioni sono effettivamente molto utili, ma occorre sempre ricontrollare gli abbagli. C’è però chi addirittura si sta facendo scrivere degli articoli dall’Ia e questo potrà far pensare agli editori di risparmiare sui cosiddetti deskisti (ossia chi gestisce le news che arrivano via email). Di sicuro è un momento complesso, ma nessuna Ia potrà sostituire il giornalista inviato sul campo o il rapporto di fiducia con una fonte che ti dà le notizie in esclusiva. Quello è un aspetto della professione che non si può demandare a un sistema informatico.
Certo che se poi la tua notizia viene riassunta dall’Ia che ha scandagliato il sito su cui l’hai scritta, è un problema.
Creator e giornalisti: per gli utenti non fa differenza, anche se sarebbe enorme
In quest’epoca così frammentata funziona molto l’individualismo e la personalizzazione: seguo quella determinata persona per vari motivi, non mi interessa se sia un giornalista o meno, se le sue fonti siano affidabili o meno.
L’algoritmo sui social mi fa vedere solo ciò che mi interessa e non mi rendo neanche conto che le informazioni che mi dà quel determinato creator sono in realtà attinte da fonti giornalistiche, molto spesso. Anche io ho attinto da altre fonti per comporre questo sproloquio sulla professione.
Immaginate un creator che racconta casi di cronaca nera. All’inizio rielaborerà il lavoro di altri. Poi, quando diventa particolarmente famoso, l’aspetto cambia e le informazioni è possibile che gli vengano fornite direttamente da familiari, conoscenti e avvocati.
Il cortocircuito è che il giornalista è sottoposto a tutta una serie di norme deontologiche da rispettare a partire da quelle sui minori, su cui il creator può invece soprassedere. Inoltre non può fare pubblicità, cosa che invece il creator può fare. La deontologia si è evoluta nel corso degli anni in modo da tutelare sempre di più persone in stato di vulnerabilità (per capirci oggi una foto come quella di Donatella Colasanti, sopravvissuta al massacro del Circeo, tirata fuori dal bagagliaio dei suoi aguzzini, non sarebbe più pubblicabile).
La categoria a cui appartengo, però, molto spesso ha fatto carta straccia delle carte deontologiche (oggi riunite in un unico codice) contribuendo a demolire l’affidabilità della professione. Tra i casi più recenti quello della famiglia del bosco in cui i minori sono diventati carne da macello su cui si stanno sbranando in tanti, anche a livello politico. La Carta di Treviso, dedicata alla tutela dei minori,dice espressamente: la tutela della personalità del minore si estende anche – tenuta in prudente considerazione la qualità della notizia e delle sue componenti – a fatti che non siano specificamente reati (suicidio di minori, questioni relative ad adozione e affidamento, figli di genitori carcerati, etc.) in modo che sia tutelata la specificità del minore come persona in divenire, prevalendo su tutto il suo interesse a un regolare processo di maturazione che potrebbe essere profondamente disturbato o deviato da spettacolarizzazioni del suo caso di vita, da clamorosi protagonismi o da fittizie identificazioni; particolare attenzione andrà posta per evitare possibili strumentalizzazioni da parte degli adulti portati a rappresentare e a far prevalere esclusivamente il proprio interesse; per i casi ove manchi una univoca disciplina giuridica, i mezzi di informazione devono farsi carico della responsabilità di valutare se quanto vanno proponendo sia davvero nell’interesse del minore.
Lo stesso problema, ancora più di recente, si è verificato nel caso di Nicole Minetti e del figlio adottivo.
Non parliamo di chi ha di recente ammesso di foto manipolate con l’Ia per dimostrare una teoria alla base dell’articolo… (andatevi a leggere il caso Repubblica-Contropiano, che mi ha fatto notare il collega Fabio Canessa).
Nel nuovo codice deontologico un articolo è stato proprio dedicato all’uso dell’Ia che va sempre dichiarato dal giornalista. Eppure anche testate liguri ormai ne fanno ampio uso senza avvisare.
Invece la legge che regola l’ordinamento professionale è, nonostante alcune modifiche risalenti al 2016, del 1963! Davvero anacronistico per una professione che è cambiata tantissimo, ma che dovrebbe avere sempre come faro il caposaldo dell’articolo 2:
È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.
Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.
Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori.
E quindi?
Nel giorno in cui i giornalisti hanno scioperato, il 16 aprile, ci siamo forse resi conto di quanto questo mestiere sia importante per farci sapere le cose. Non c’erano aggiornamenti freschi da Hormuz, non c’erano notizie su incidenti stradali, manifestazioni, esito di sentenze, notizie su dimissioni, cambi al vertice, sport e così via.
Questo tsunami che sta travolgendo l’editoria ha fatto capire anche ai dinosauri che è arrivato davvero il momento di cambiare il modo in cui si veicolano le notizie diversificando tra testi, reel, audio, podcast e che i siti copia-incolla di comunicati stampa non hanno più senso di esistere. Meno contenuti uguali agli altri, meno giornalisti, spiace dirlo, maggior qualità, approfondimenti davvero multimediali, notizie raccontate in modo diversificato a seconda del canale di comunicazione, sono il futuro. Nel momento dell’eccesso di informazioni, diminuire il numero degli articoli e far tornare a parlare il puro giornalismo è forse l’uovo di colombo.
Servono però regole certe, compensi certi, meno far west a tutti i livelli.
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