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  • Quanto sono importanti i social in editoria?

    Quanto sono importanti i social in editoria?

    Chi lavora in editoria può prescindere dai social? Le mie due anime da giornalista e da autrice di romanzi possono confermare che una buona fetta di persone ormai si informa tramite i social, che però cambiano continuamente forma. E raggiungere i lettori (di entrambi i mondi) è diventata un’impresa sempre più difficile. Siamo inoltre in una fase di grandi stravolgimenti legati all’intelligenza artificiale che sta già impattando parecchio sul crollo delle visualizzazioni dei siti di informazione.

    Il recente Digital News Report 2025 dell’Istituto Reuters mostra che sui social si informa il 39% degli italiani, una percentuale però in calo rispetto al picco del 54% del 2016.


    In tutto il mondo si registra invece l’aumento della fruizione delle notizie sui social spesso veicolate da influencer, youtuber e tiktoker. I video stanno vivendo un momento di spinta notevole: la percentuale di persone che fruisce di notizie video dai social è cresciuta dal 52% del 2020 al 65% del 2025.

    E le testate giornalistiche? Questo sarà il vero problema del futuro anche se, con un po’ di lentezza, diversi editori stanno correndo ai ripari diversificando la loro offerta. Una volta bastava il link su Facebook per ottenere l’attenzione sulla notizia, oggi non più. L’algoritmo non dà visibilità a questo metodo, per cui si sono sviluppati altri mezzi: foto+link nei commenti, caroselli, reel, appunto.

    Veicolare notizie attraverso i social di oggi, nella stragrande maggioranza dei casi, non porta click al sito: è utile per promuovere l’autorevolezza della testata e “il marchio”, ma la conversione è un obiettivo complesso, anche perché, sempre secondo lo studio, solo il 9% degli italiani che hanno risposto al sondaggio pagano per le news online e oggi, per sostenere il sistema, tante testate ormai ricorrono agli abbonamenti anche per le news online (altrimenti come ci pagano a noi giornalisti?).

    I grandi quotidiani nel frattempo sono tornati alla cara vecchia newsletter, che però è un po’ invasiva, la formula del podcast, a livello produttivo, è un discreto salasso, se si vuol creare un prodotto all’altezza, ma, come dimostra il grafico della foto, in Italia ha ancora un ruolo marginale, il 6%. I canali whatsapp funzionano sino a un certo punto: essendo posizionati altrove rispetto alle chat ordinarie, la visibilità non è così immediata.

    Da autrice self che ha sotto controllo il report ogni giorno, ho potuto constatare che se non parlo con costanza del mio romanzo sui social, le vendite si fermano. Questo mi fa sentire un po’ una piazzista di pentole da un lato, dall’altro sono conscia che le vendite già registrate (che sono state comunque un discreto numero) e i complimenti sinceri incassati non si sono ancora tradotti in quel passaparola sano che fa la fortuna di un libro. Sono ancora in quella fase in cui a comprare inizialmente sono le persone a te più vicine, ma che non hanno l’abitudine a veicolare e a recensire le loro letture non solo sui social, ma neanche sulle piattaforme di lettura o banalmente su Amazon. Inoltre Scintilla Inaspettata è un discreto mattoncino di oltre 500 pagine, ci vuole un po’ a leggerlo e quindi immagino che riscontri pubblici arriveranno con un po’ di ritardo, staremo a vedere. Connessione a rischio ha avuto una bella onda lunga di passaparola e io sono paziente.

    Di recente sia su Instagram sia su TikTok diversi autori si sono lasciati andare a considerazioni legate al fatto che sarebbe più giusto impiegare il tempo trascorso a pianificare la promozione social nella scrittura, ma come dice Chiara Beretta Mazzotta nella sua ultima newsletter, tra i miti dell’editoria da sfatare c’è quello che una volta che il libro è stampato si venda da solo. In un mercato così saturo è davvero complesso farsi notare.

    Chi sceglie il selfpublishing mette in conto il fatto che la promozione ricada tutta sulle sue spalle, mentre chi si affida a un editore di solito pensa il contrario. Figure come l’ufficio stampa e il social media manager possono permetterselo in pochi, l’editore promuove poco e spesso i soliti noti. Le piccole case editrici ricorrono al fai da te con risultati, spesso, minuscoli. E dunque? Al momento i social sono ancora un ottimo metodo per farsi conoscere, ma la strategia va pianificata con molta attenzione e soprattutto costanza.

  • Scintilla Inaspettata, com’è andata la prima presentazione pubblica

    Scintilla Inaspettata, com’è andata la prima presentazione pubblica

    Chi scrive libri lo sa, la presentazione è probabilmente il momento più atteso perché ti permette di confrontarti con il pubblico e soprattutto ti dà il termometro di quanto il tuo romanzo possa attirare l’attenzione anche di sconosciuti grazie al tam tam sui social o sui giornali.

    Per cui l’ansia ha rimpicciolito il mio stomaco per tutta la giornata di mercoledì 29 ottobre sino all’ora X delle 18. La pioggia e diversi messaggi dispiaciuti di persone che mi hanno avvisato che non sarebbero riuscite a venire avevano reso il mio umore più blu dei colori guida di questo sito.

    La sala vuota è uno spettro che aleggia sempre. Non si sa mai cosa può succedere. Durante la settimana ho postato ogni giorno sia su Facebook sia su Instagram, ci sono state news sull’evento pubblicate su vari siti, una bella intervista a Radio Babboleo. Alla prova dei fatti, però, a parte due ragazze che immagino frequentino il posto, il pubblico era legato alla mia cerchia di conoscenze neanche più strette e questo è un segnale meraviglioso perché le connessioni contano e la stima e l’amicizia restano nel tempo.

    Alla fine è stato tutto bellissimo, condiviso e divertente. Una sorta di happening collettivo e informale con persone che sono arrivate a sorpresa, soprattutto una (Marco!) che non vedevo da anni.

    L’idea del posto è nata da un suggerimento di una collega, Isabella Rizzitano, che mi ha consigliato Bla Bla Book, la biblioteca di quartiere in salita del Prione a Genova 34r, un luogo molto carino e nato grazie a un progetto della Cooperativa Sociale Il Cesto che fa parte di “Prione Social Street”, il progetto di rigenerazione del centro storico. Ospita libri che si possono prendere in prestito, bookcrossing, spazio di coworking e una bella sala per le presentazioni.

    L’atmosfera era quella giusta, le persone anche. Ho portato i pomodori coltivati da mio marito da degustare prima o durante la chiacchierata e hanno avuto un bel successo.

    Mi ha fatto piacere parlare di Scintilla per la prima volta davanti a un pubblico in carne e ossa (e devo ringraziare Beatrice Radi, la mia editor, per aver condotto benissimo la serata): ho raccontato di com’è nato, del perché ho scelto determinati personaggi, di come mi sono documentata e così via. Sono arrivate domande interessate, che mi hanno riempito il cuore. L’ora di presentazione è volata e siamo d’accordo con Silvia Dainese, artista e una delle anime di Bla Bla Book, che organizzeremo un evento dedicato al self publishing e al mondo editoriale probabilmente a gennaio.

    Il messaggio privato delle ragazze di Dreamage Book Blog, che mi hanno fatto il regalo di essere presenti

    Adesso ho in ballo un’altra presentazione, ma penso coinvolgeremo anche l’altra mia anima gialla legata a Connessione a Rischio, da Ama, altra Biblioteca di quartiere alla Maddalena gestita dall’omonima associazione di cittadini. E poi chissà… se il libro prenderà un po’ piede anche a livello di passaparola (aiutatemi con recensioni e condivisioni, se vi è piaciuto o anche se non vi è piaciuto) potrei anche fare una trasferta savonese.

    La foto di apertura è di Giulia Mietta, amica e collega che mi ha sempre supportata anche da scrittrice.

  • Estasi Americana – CJ Leede

    Estasi Americana – CJ Leede
    Estasi americanaEstasi americana by C.J. Leede
    My rating: 3 of 5 stars

    Provo emozioni contrastanti nei confronti di questo romanzo che è un horror ma ha anche una forte componente di pulsioni sessuali adolescenziali appena scoperte, in cui basta uno sguardo e uno sfioramento per mandare a fuoco la protagonista. Non grido al capolavoro, non posso dire che non mi sia piaciuto, lo inserisco nella media anche perché con Sophie non sono riuscita a empatizzare troppo: il suo arco di trasformazione è più una sorta di linea che ha uno scossone verso la fine anche se è comprensibile quanto sia complicato uscire da una situazione di totale controllo da parte di altri (in questo caso i genitori) nei confronti della protagonista.

    Dopo 16 anni di controllo genitoriale in una famiglia ultracattolica, Sophie è costretta a fuggire da casa a causa di un’epidemia che trasforma le persone in mostri affamati di sesso e con tendenze omicide. Alla ricerca del fratello gemello Noah, allontanato anni prima dalla famiglia perché gay, Sophie incrocia un poliziotto, Maro, che decide di aiutarla e portarla in un posto sicuro. Tra i due si instaura una connessione speciale. Sopravvivono a un tornado, ad assalti vari e a loro si unisce un cane ferocissimo, Barghest, che diventerà la guardia del corpo della ragazza. In un centro di vaccinazione improvvisato Sophie ritrova il compagno di scuola Ben, per cui prova una strana (per lei) attrazione e al gruppo si uniscono anche altre due ragazze e un bambino. A complicare le cose ci pensano gruppi di estremisti cattolici che vogliono impedire le vaccinazioni e danno fuoco ai centri, macchiandosi anche di orribili delitti. Le cose precipiteranno sempre di più.

    Aspetti positivi: sicuramente Estasi Americana ti tiene incollata alle pagine, ho anche versato qualche lacrima nella parte finale. Le descrizioni più crude sono piuttosto efficaci. Mi è piaciuto il fatto che i vari capitoli siano intervallati da un riassunto di manualistica per fare cose più disparate.

    Aspetti meh: ritengo che sia più adatto a un target giovanile. Penso che possa spopolare tra le adolescenti che non si formalizzano troppo nel leggere scene splatter proprio perché la componente legata al desiderio e alle pulsioni che Sophie finalmente scopre è molto presente, per me troppo presente. Cioè, in una situazione così estrema il fatto che Sophie vada in ebollizione ogni volta che Maro o Ben la guardano o la toccano richiede una sospensione dell’incredulità eccessiva per quanto mi riguarda.
    Però comprendo che il messaggio di C.J Leede sia legato al concetto di peccato, di senso di colpa, di ruolo della donna e che quindi la crescita di consapevolezza di Sophie che non sa e non crede di essere bella (altro cliché presente in tanti young adult) doveva essere il filo rosso e l’aspetto principale della trama.

    Quindi, tirando le fila, consiglio il romanzo ai più giovani. Ultima annotazione: C.J. Leede lo ha scritto per omaggiare il suo cane e ci dice che è la prima cosa che ha scritto tanti anni fa. In effetti si capisce che è un titolo precedente a Maeve che ho apprezzato molto di più anche a livello di maturità della scrittura.
  • A che punto è la notte – Fruttero e Lucentini

    A che punto è la notte – Fruttero e Lucentini
    A che punto è la notteA che punto è la notte by Carlo Fruttero
    My rating: 4 of 5 stars

    Una fredda sera di febbraio don Pezza viene ucciso da una bomba mentre sta terminando la sua predica nella chiesa gremita. Il commissario Santamaria si trova per le mani il caso più scottante della sua carriera, un mosaico confuso nel quale gli affari di un parroco visionario si intrecciano con quelli della più grande industria italiana.
    Secondo romanzo con protagonista il commissario Santamaria. Rispetto alla Donna della Domenica questo è molto più lento e molto più complesso. Confesso che all’inizio facevo fatica ad andare avanti, poi l’ho apprezzato molto.
    Tanto per far capire: il morto arriva tipo a pagina 180 o giù di lì, se non ricordo male. Prima c’è tutta una costruzione fatta di tantissimi personaggi che gravitano attorno alla chiesa di Santa Liberata e a don Pezza. La preparazione al botto, è il caso di dirlo, durante una delle prediche del prete.
    Fruttero e Lucentini sono sempre abilissimi a tratteggiare i personaggi dando loro tridimensionalità, anche a quelli meno importanti.
    La trama gialla è in realtà un’occasione per Fruttero e Lucentini di raccontare “altro”. In questo caso si filosofeggia alla grande tra gnosi, il topos e così via, si parla sempre di Torino e della sua borghesia, in questo caso si arriva anche a toccare “l’intoccabile” ossia la Fiat (ricordo che il romanzo è degli anni Settanta). Linguaggio sempre molto godibile che per alcuni può risultare datato solo perché meno semplice di quello a cui siamo abituati.
    La difficoltà di raccontare un romanzo così corposo e ricco l’ho vista anche nella trasposizione cinematografica, decisamente meno riuscita di quella della Donna della domenica.
  • Balkan Football Club – Gianni Galleri

    Balkan Football Club – Gianni Galleri
    Balkan Football Club: Viaggio rocambolesco alla ricerca di utopie e rigori sbagliati (Italian Edition)Balkan Football Club: Viaggio rocambolesco alla ricerca di utopie e rigori sbagliati by Gianni Galleri
    My rating: 4 of 5 stars

    Questo non è solo un libro sul calcio balcanico, sui suoi eroi e sulla tifoseria, è molto di più. Un mix di storia e sociologia per provare a capire quella parte di Europa.
    Galleri è un vero esperto, conosce davvero con grande competenza il calcio di quei Paesi e anche la storia e non parlo mica solo degli Stati più “famosi”, parlo anche di Kosovo e Macedonia. Davvero complimenti all’autore per il lavoro svolto frutto di anni di contatti con il mondo ultras di quei posti.
    Mi ha stupito che questo libro sia esaustivo anche nel raccontare i fallimenti durante le visite: stadi chiusi o troppo in disuso per essere visitati. Nessuno sconto, grande realismo.
    Un affresco sull’Europa Centro-Orientale meno nota.
  • Diventare giornalista oggi / 3 – La verifica delle fonti nell’era dell’Ai

    Diventare giornalista oggi / 3 – La verifica delle fonti nell’era dell’Ai

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  • Basterebbe una sedia

    Basterebbe una sedia

    Come giornalista mi è capitato di lavorare in condizioni difficili sia meteorologiche sia ambientali. Sono e siamo consapevoli, tutti noi che facciamo questa professione, che non ci si può aspettare grandi comfort quando si segue una manifestazione, o un evento catastrofico, o quando si attende per strada l’arrivo di un personaggio importante.

    L’emergenza è un conto, invece ancora capita che in uno degli eventi fieristici più importanti non solo per la città dove vivo, ma anche per l’Italia, l’organizzazione non pensi ad agevolare il nostro lavoro durante l’evento inaugurale.

    Sistemati in due recinti lontano dal palco e privi di sedie, una divisione ormai anacronistica tra operatori video e giornalisti, ignorando che chi lavora per il web, di solito, deve fare sia l’articolo, sia il video sia la foto: gli “operatori” sistemati più avanti, i “giornalisti” nelle retrovie. La categoria è ormai da anni trattata così.

    Il bello è che di sedie, all’inaugurazione di questa fiera così importante, ce ne sono centinaia come si vede nel video qui sotto: per gli invitati istituzionali tra politica, associazioni datoriali, forze dell’ordine e così via.

    Tutti seduti.

    Tranne i giornalisti.

    O meglio, la maggior parte dei giornalisti. Perché alcune testate qualche posto ce l’hanno, ma non è chiaro, non si è mai saputo, come si ottiene l’ambito talloncino che consente l’accesso al posto “riservato stampa” (una fila su boh? cento).

    Guardate quante belle sedie

    I colleghi delle agenzie, abbastanza sconsolati, hanno preferito seguire l’evento in streaming dalla sala stampa collegandosi con le tv che trasmettevano l’inaugurazione. La rapidità di lancio, in situazioni di rilievo nazionale come questa, è fondamentale e come puoi farlo se non hai neanche un posto dove appoggiarti?

    E quello che mi domando è: perché a nessuno viene in mente che basterebbe una sedia per agevolare il nostro lavoro? Siamo abituati, ci sappiamo arrangiare.

    Non è mica l’unico posto in cui è successo: è capitato in Regione, qualche anno fa, che a una conferenza stampa, non a un evento pubblico, fossero seduti tutti gli invitati dai politici interessati al tema della conferenza e noi in piedi.

    Anche allo stadio Luigi Ferraris, nelle partite di cartello, non ci sono abbastanza posti nella sala conferenze post partita. Chi arriva dopo, perché magari deve pubblicare subito il pezzo, male alloggia e deve sedersi per terra, salvo dover alzarsi per fare la domanda e non riuscire a scrivere ciò che l’allenatore risponde perché l’educazione ti vieta di risederti e sparire dalla sua vista mentre si rivolge a te.

    Ci basterebbe poco per poter lavorare e dare il nostro meglio. Una sedia sarebbe un buon inizio.

  • Diventare giornalista oggi / 2 – Figli del tempo reale

    Diventare giornalista oggi / 2 – Figli del tempo reale

    Nella puntata precedente abbiamo toccato con mano lo stato della professione (non in grande salute) partendo dai dati e fornito il primo consiglio per chi ha intenzione di intraprendere questo mestiere.

    Oggi smontiamo uno stereotipo. L‘idea romantica del giornalista che spesso anche i più giovani hanno è quella del reporter d’inchiesta che fa crollare il governo, dell’inviato speciale, di colui che prende appunti taccuino alla mano e poi ha tutto il tempo necessario per realizzare l’articolo. Queste figure per fortuna esistono ancora, ma non sono la stragrande maggioranza. Un aspirante giornalista deve tenerlo a mente: il suo ruolo all’interno di una redazione potrebbe essere anche quello del deskista, ossia il rielaboratore dei comunicati stampa ritenuti degni di pubblicazione o dei pezzi altrui.

    In più, come diceva il collega Nicola Capuzzo in uno dei commenti alla prima puntata di questa rubrica, non basta avere la passione della scrittura per diventare un bravo giornalista e spesso nei curriculum di aspiranti tirocinanti si legge solo questo. Invece occorre una certa attitudine al non accontentarsi a ciò che viene raccontato in prima battuta, al fare domande, a essere curioso, all’approfondimento, ma anche alla cura del rapporto con le fonti che sono preziosissime. Perché il giornalista è colui che scrive notizie (sul processo di notiziabilità magari facciamo un approfondimento a parte, se lo ritenete opportuno, scrivetemelo nei commenti) e per trovare una notizia, ma anche capire qual è LA notizia all’interno di un convegno, o una conferenza, per esempio, è ciò che differenzia un giornalista dal “resto del mondo”.

    Tornando all’oggi, purtroppo, c’è un fattore che ha cambiato parecchio il lavoro del giornalista a meno che non si lavori per un mensile o un settimanale: il fattore tempo reale.

    Da un lato il lavoro è cambiato nei mezzi (avremo modo di parlare di strumenti, intelligenza artificiale compresa, con cui il giornalista può aiutarsi senza che si possa gridare a “ci rubano la professione”) e nel ritmo con cui si devono produrre articoli nella stragrande maggioranza dei casi.

    Una volta c’erano solo i giornali cartacei. Uscivano al mattino (alcuni avevano l’edizione pomeridiana, per la verità, come Il Corriere Mercantile a Genova) e quindi si aveva una scadenza più o meno fissa per la chiusura del pezzo.

    Oggi, con Internet, non è più così. Siamo in un costante tempo reale.

    Anche per chi lavora in tv, soprattutto in emittenti locali, un servizio al giorno non è più la norma, inoltre anche le tv stesse hanno i siti web da aggiornare con la stessa forza lavoro. A meno che non si collabori in esclusiva per un mensile o un settimanale regolarmente assunti, la quotidianità è spesso fatta di un tourbillon di notizie da scrivere con, purtroppo, il tempo come spada di Damocle.

    Nell’epoca di internet e dei social soprattutto nella cronaca chi esce prima vince, per cui il giornalista, oggi, soprattutto se lavora per una testata generalista (per le agenzie di stampa il discorso è sempre stato così), deve avere una rapidità di esecuzione notevole nel trasmettere la notizia. L’ho imparato lavorando per Matteo Rainisio, che è stato uno dei primi editori nativi digitali. C’è poi un discorso legato al come si esce (il titolo, spesso, è tutto, ma anche il seo) e anche di questo parleremo nelle prossime puntate.

    Attenzione, però, la fretta è spesso cattiva consigliera e il voler uscire a tutti i costi prima di avere tutte le verifiche del caso è uno dei fattori di autosabotaggio dei giornalisti stessi. Perché occorre tanto tempo per costruire la propria credibilità, mentre basta un errore per far crollare la fiducia dei lettori in un’epoca in cui è già ai minimi storici.

    Oggi ci sono collaboratori di varie testate generaliste che coprono anche tre o quattro conferenze stampa al giorno, se non di più. Fabrizio Cerignale docet.

    Il giornalista oggi deve essere dunque veloce, se si occupa soprattutto di cronaca, ma anche fotografo, a volte videomaker e pure esperto di social network se non creator. Chi lavora per siti di informazione locale, dove tutti fanno tutto, deve avere queste competenze nel proprio bagaglio. Oggi per esempio per ottenere attenzione su Facebook non basta più la condivisione del link perché l’algoritmo privilegia i contenuti che fanno restare il lettore dentro il social e così via all’utilizzo di grafiche Canva che contengono foto e titolo della notizia o comunque una caption accattivante nella speranza di suscitare interesse. Instagram invece ora privilegia i reel e comunque le storie, per cui sta cambiando anche il modo di stare sui social delle testate giornalistiche. TikTok è ancora terra quasi inesplorata nelle sue potenzialità (sugli account delle testate si riproducono brevi frame video con il titolo della notizia identici a quelli di Instagram). Non tutti gli editori possono permettersi un social media manager, così occorre che il giornalista sia avvezzo anche a questi strumenti (il fatto che non ci sia un adeguato riconoscimento per queste ulteriori competenze a livello economico è un altro discorso).

    Non pensate che la questione riguardi solo le piccole testate. Per esempio anche chi collabora con i grandi giornali a volte non ha il supporto del fotografo e dunque deve arrangiarsi. Non è questo il posto per fare una critica all’involuzione dell’editoria da questo punto di vista, mi limito soltanto a riportare fatti ed esperienze personali.

    E pensare che fino a poco tempo fa molti giornalisti del “cartaceo” vivevano la parte web della propria testata come una scocciatura o qualcosa di avulso dal resto del lavoro. E soprattutto gli editori in generale sfruttano poco le possibilità enormi che fornisce la multimedialità di Internet. Ricordo quello mi aveva raccontato Federica Seneghini quando le avevo fatto i complimenti per il suo reportage sulle Svalbard (davvero multimediale) per il Corriere della Sera che aveva avuto un successo pazzesco in termini di letture.

    “Per realizzarlo ci abbiamo messo un mese. I nostri pezzi online di solito sono fatti in 20 minuti”.

    Perché a differenza di ciò che si pensa, le persone hanno comunque sete di informazioni, di storie interessanti, cambiano solo i mezzi di fruizione. Tutto questo implica una riflessione che mi riservo per un’altra puntata della rubrica.

    A giudicare dagli ultimi dati del 2024 sulla vendita delle copie che allego qui sotto, editori e giornalisti abituati solo al cartaceo dovranno imparare in fretta a modificare le loro convinzioni.

    Fonte: primaonline.it

    Dove si impara tutto questo? Torniamo all’annosa questione della pratica e dell’accesso alla professione. Sulla formazione dei giornalisti già iscritti all’Ordine magari ci faccio un articolo ad hoc.

    Non esiste un corso di laurea che consente all’aspirante giornalista di ottenere in automatico l’agognato tesserino da pubblicista o da professionista per poter esercitare il mestiere senza essere abusivo. Esistono corsi di laurea che danno un’infarinatura delle competenze “culturali” che dovrebbero essere la base di ogni giornalista: diritto, storia, economia più qualche materia specifica come teoria e tecnica del linguaggio giornalistico, multimedialità eccetera. Qui, per fare un esempio, le materie del corso di laurea magistrale in Informazione ed editoria all’Università degli Studi di Genova. Se c’è qualcuno che ha fatto questi studi e vuole raccontarmi la sua esperienza la porta è apertissima nei commenti. Arricchiamo questo monologo con testimonianze che riporterò anche nelle prossime puntate.

    Una volta funzionava così: si aspirava a venire assunti come praticante in un giornale dove erano i colleghi più anziani a istruirti al mestiere. Il praticante poi poteva accedere all’esame di Stato per diventare professionista e proseguire la carriera da assunto. Oggi sono pochissimi a fare questo percorso, i giornali non assumono quasi più praticanti tanto che io stessa ho potuto accedere all’esame di Stato nel 2012 come praticante d’ufficio in quanto freelance con partita iva che ha dimostrato, dichiarazione dei redditi alla mano, di “vivere di giornalismo”.

    Il praticantato oggi viene garantito dalle scuole di giornalismo riconosciute dal consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che sono piuttosto care dal punto di vista economico (ci sono naturalmente possibilità di borse di studio). Sono dei master post laurea con una prova da superare per l’ingresso che in sostanza consentono di accedere all’esame anche grazie alla pratica in testate interne. Il problema è il dopo: non è mica scontato trovare un’occupazione fissa e retribuita il giusto pur essendo giornalisti professionisti. Collaboratori di testate prestigiose hanno dovuto attendere anni di contratti rinnovati annualmente e tanti sacrifici prima di ottenere la giusta e doverosa assunzione.

    La stragrande maggioranza dei giornalisti però arriva “dalla strada” ossia da un percorso che è fatto di gavetta all’interno di testate spesso locali o di settore.

    Il problema di oggi è che tante redazioni ormai sono parcellizzate e i collaboratori esterni (spesso si comincia così) non possono frequentare la redazione. Per cui è sempre più difficile per un giovane entrare proprio nel meccanismo del flusso di lavoro, essere seguito, corretto, consigliato. La testata vorrebbe un collaboratore già fatto e finito per ovvia comodità e così si crea un circolo vizioso molto difficile da scardinare. I vecchi “maestri” sono sempre più rari.

    Eppure, pur avendo parlato di competenze tecniche, i capisaldi del mestiere restano. Quelli sono immutabili, per fortuna, anche se c’è chi sembra averlo dimenticato: le 5W, capire il processo di notiziabilità, la deontologia professionale che ha nella verità, nella continenza e nella pertinenza il proprio faro.

  • Connessione a rischio al Le MusE Festival a Costarainera

    Connessione a rischio al Le MusE Festival a Costarainera

    Il 21 agosto sono stata ospite del Le MusE Festival al Femminile per presentare Connessione a Rischio.

    La giornata purtroppo è stata poco felice dal punto di vista meteorologico e all’ultimo momento le organizzatrici hanno saggiamente spostato la presentazione nella biblioteca di Costarainera, invece che in piazza come previsto.

    La situazione era dunque più raccolta, ha limitato le presenze, ma è stata comunque una piacevolissima serata.

    Costarainera, un borgo bellissimo

    Non ero mai stata a Costarainera (Imperia), il cui centro storico è un gioiellino. Il borgo è su un colle, a 200 metri sul livello del mare, la salita è famosa perché percorsa durante la Milano – Sanremo e vedere dal vivo il murales dedicato a Pantani smuove ricordi di quell’epoca in cui i corridori italiani e le squadre italiane erano alla ribalta del ciclismo mondiale. Con Giovanni, mio marito, arriviamo presto, due ore prima dell’orario fissato (le 18.30). Io ne approfitto per finire di lavorare per Liguria Business Journal.

    Il bagno chiama.

    Scopro che non c’è nessun bar nei dintorni, ma un negozio di alimentari e prodotti per la pulizia gestito dalla signora Ida che è collegato direttamente a casa sua. Ida è tanto gentile che mi consente l’uso del suo Wc e mi mostra con entusiasmo la vista dal suo balcone tra ulivi e il mare poco distante in linea d’aria.

    Senza Ida, Costarainera non avrebbe nessuna attività nel suo cuore, il centro storico, un vero peccato. Con Giovanni riflettiamo sulle differenze con la Slovenia, dove siamo stati a inizio agosto, uno Stato in cui i piccoli centri sono ancora organizzati bene, a partire dalla scuola. Qui in Italia e in Liguria i paesini faticano e vivono prevalentemente d’estate, grazie ai turisti.

    Il negozio di Ida, quello che parla sotto è mio marito

    Facciamo un po’ di spesa per sdebitarci e a malincuore salutiamo la piazzetta dove inizialmente avrebbe dovuto tenersi l’evento: nuvole minacciose si avvicinano.

    La biblioteca ha una piccola saletta all’ingresso adibita a sala conferenze per l’occasione. Finalmente conosco dal vivo Daniela Mencarelli Hofmann, padrona di casa del Festival e ritrovo Gabriella Benedetti, a cui devo dire grazie per aver apprezzato così tanto il mio romanzo da avermi segnalata come possibile ospite per il Festival, ed Elena Orsini, che in occasione della mia precedente “trasferta” a Imperia sempre per Connessione a Rischio, aveva impreziosito l’evento con le sue letture.

    La sala alla fine è piena e le persone si sono dimostrate interessatissime, facendo domande non solo sui temi del romanzo e la problematica della privacy dei dati personali, ma anche sulla scelta di come scrivere determinate cose.

    Ogni volta mi stupisco che qualcuno decida di venirmi ad ascoltare.

    Daniela alla fine ha acquistato una copia di Scintilla perché incuriosita, nonostante non ami il genere romance. Sono impaziente di sapere cosa ne pensa. Ho pure ricevuto il portachiavi di Costarainera dalle mani della vicesindaca!

  • Connessione a rischio al Le MusE Festival di Costarainera il 21 agosto

    Connessione a rischio al Le MusE Festival di Costarainera il 21 agosto

    Ogni volta mi stupisco. Non è scontato che un libro, uscito a febbraio 2021, susciti ancora così interesse.

    La privacy digitale, i nostri dati personali, l’esplosione dell’intelligenza artificiale basata sui big data. Connessione a rischio è un mystery che affronta tutto questo e anche se ormai certe situazioni tecnologiche sono persino superate, resta ancora molto attuale.

    E poi c’è Gloria, che è una protagonista che è rimasta impressa a chi l’ha letto. Io la definisco sempre una Lisbeth Salander meno sociopatica.

    La mia alter-ego e i suoi amici sono pronti ancora una volta a farsi conoscere. Ringrazio moltissimo le organizzatrici del Le MusE Festival Gabriella Benedetti e Daniela Mencarelli Hofmann per l’invito. Daniela mi ha anche intervistata qui.

    Spero di poter condividere le foto della presentazione al più presto. Vi aspetto il 21 agosto (domani) alle 18:30 in piazza Vittorio Emanuele II a Costarainera (Im).